Da bambino passavo sotto la torre dell'orologio, ad Arcidosso chiamato semplicemente "Orologio", praticamente tutti i giorni, più volte al giorno.
Ci sono giorni che non sono mai come tutti gli altri, nei quali vieni a sapere cose che non ti sembrano possibili.
C'è quello in cui vieni a sapere che un giorno, comunque, morirai. Quello che Babbo Natale non esiste e che invece esistono il debito pubblico, la disoccupazione e l'hip hop.
Sono giorni in cui in un certo senso ci vedi meglio ma non è un bel vedere. Cresci nonostante tu non voglia o non abbia sentita la necessità di farlo.
Ecco, uno di questi giorni passavo sotto l'orologio con la merenda in una mano e il pallone tra i piedi, non so come, non ricordo da chi, venni a sapere che, attaccate a quella torre, c'erano case, e il motivo per cui non c'erano più è perché durante la guerra le avevano bombardate, e che insieme a quelle case sono cadute un sacco di persone.
Allora ti fermi per un attimo, davvero gli occhi ti si aprono e noti che dopo l'orologio una costola di muro continua per pochi metri, poi si ferma improvvisamente. Dopo niente altro. Quella brusca interruzione che la disattenzione di un fanciullo non percepiva si mostra come una enorme cicatrice sulla fisionomia della piccola piazza, il vuoto acquista uno spazio, le parole che associavi solo ai cartoni animati nipponici come guerra e bombe si tingono di nero, si collocano al di fuori della rassicurante scatola a colori e si impadroniscono di un contesto spazio-temporale che ti appartiene.
E' bastato alzare la testa, poi, per notare le lapidi poste come ricordo e come monito per l'accaduto.
10 giugno 1944, di pomeriggio. Ma chi e perché bombarda un paesino come Arcidosso? Davvero esistono gli alieni e i mostri marini? allora esiste anche Mazinga. Con questo conforto ci sono andato avanti ancora un bel po'.
Mio padre è nato nel giugno del 1947, subito dopo la fine della guerra, due anni esatti dopo il bombardamento su Arcidosso. Sei fortunato a non aver vissuto la guerra, babbo. Più volte gli ho fatto questa affermazione che in realtà era una domanda, senza per altro ricevere risposte soddisfacenti.
Non ho conosciuto mio nonno paterno abbastanza in forma da farmi raccontare qualcosa sulla guerra, su di lui, sul suo tempo. Lo ricordo sordo e malato. Da lui credo di aver ereditato la passione per i fumetti. Lui leggeva Tex, che lui chiamava Tea perché non sapeva come leggere la "x". Raccogliendoli dai suoi scaffali passavo le ore a leggere i volumi che narravano le gesta eroiche di un cowboy con un senso della giustizia e una convinzione nelle sue azioni che non avrebbe avuto nessun altro uomo da me conosciuto, sia reale che fantastico.
Mi piace pensare che mio nonno, da giovane e da sano, sia stato come Tex.
Cose da raccontare ne avrebbe avute a centinaia, io ne so due o tre che mi ha raccontato mio padre che, per intensità delle situazioni, potrebbe benissimo aver vissuto il leggendario ranger del Texas.
C'entra la guerra, ovviamente. C'entra sempre la guerra.
La vicenda più tragica e commovente è legata proprio al bombardamento di Arcidosso. Dilaniati dalle esplosioni e schiacciati dal collasso delle case morirono più di cento persone. Mio nonno perse la moglie e un figlio. Egli riconobbe tra le macerie il corpicino di Marcello, dodici anni. Lo caricò sulla bicicletta, lo portò al cimitero e scavò una fossa per dargli almeno una degna sepoltura per quella fine indegna, cosa che non era affatto scontata in quella situazione. Nel frattempo Renata, sua moglie, stava agonizzando nel luogo del bombardamento. Con la parte superiore del corpo in superficie e l'altra metà stretta in una morsa mortale dalla quale era impossibile liberarsi. Morì ventiquattro ore dopo il bombardamento, trascorse la notte vegliata da mio nonno e il suo suocero, il padre di Renata, i quali le tenevano un ombrello sulla testa affinché non si bagnasse. Pioveva.
Non credo che mio nonno si sia mai completamente ripreso da quella tragedia. Nel corso della sua vita aveva perso, anni prima, anche un altro figlio, piccolissimo. Ebbe comunque la forza, che forse era più una necessità per non rimanere solo con un altro figlio scampato alle bombe e alle malattie, di reagire. Si sposò con una donna sui trent'anni, al tempo erano tanti, ancora senza marito (crescendo poi non mi risultò difficile capire il perché) e formò un'altra famiglia. All'altro figlio sopravvissuto si aggiunse mio padre. Marcello. Mio padre fa parte della prima generazione del dopoguerra, simbolo vivente della vita dopo la morte, della luce dopo il buio. Dietro i sorrisi che hanno accolto la sua nascita si cela un rompicapo senza fine, un enigma con la risposta più semplice del mondo.
Più volte mi sono soffermato a riflettere, senza cavarci nulla di chiaro e di concreto, sul fatto che senza quel bombardamento mio padre, e quini io, non saremmo mai esistiti. La nostra vita, i nostri anni felici, le nostre esperienze, gli amori, i lutti, le liti, tutte le difficoltà, sono in qualche modo legati alla morte di Renata e Marcellino; volti senza colore, rinchiusi in una cornice squadrata, ai quali per anni non avevo mai dato un nome, persino un significato. A loro, anche a nome di mio padre, forse vorrei chiedere scusa per il fatto di vivere la vita che a loro è stata negata e nel caso che a loro non sembri di averne fatto un buon uso.
P.S. Recentemente ho letto il primo libro di un mio caro amico, Filippo Bardelli: si chiama "Quando l'inferno cadde dal cielo", Edizioni Effigi. Una ricerca appassionata sui tragici fatti del bombardamento di Arcidosso, lucida e commovente. Una lettura che ha destato un'ondata di pensieri che ho cercato in qualche modo di mettere a fuoco.
Ci sono giorni che non sono mai come tutti gli altri, nei quali vieni a sapere cose che non ti sembrano possibili.
C'è quello in cui vieni a sapere che un giorno, comunque, morirai. Quello che Babbo Natale non esiste e che invece esistono il debito pubblico, la disoccupazione e l'hip hop.
Sono giorni in cui in un certo senso ci vedi meglio ma non è un bel vedere. Cresci nonostante tu non voglia o non abbia sentita la necessità di farlo.
Ecco, uno di questi giorni passavo sotto l'orologio con la merenda in una mano e il pallone tra i piedi, non so come, non ricordo da chi, venni a sapere che, attaccate a quella torre, c'erano case, e il motivo per cui non c'erano più è perché durante la guerra le avevano bombardate, e che insieme a quelle case sono cadute un sacco di persone.
Allora ti fermi per un attimo, davvero gli occhi ti si aprono e noti che dopo l'orologio una costola di muro continua per pochi metri, poi si ferma improvvisamente. Dopo niente altro. Quella brusca interruzione che la disattenzione di un fanciullo non percepiva si mostra come una enorme cicatrice sulla fisionomia della piccola piazza, il vuoto acquista uno spazio, le parole che associavi solo ai cartoni animati nipponici come guerra e bombe si tingono di nero, si collocano al di fuori della rassicurante scatola a colori e si impadroniscono di un contesto spazio-temporale che ti appartiene.
E' bastato alzare la testa, poi, per notare le lapidi poste come ricordo e come monito per l'accaduto.
10 giugno 1944, di pomeriggio. Ma chi e perché bombarda un paesino come Arcidosso? Davvero esistono gli alieni e i mostri marini? allora esiste anche Mazinga. Con questo conforto ci sono andato avanti ancora un bel po'.
Mio padre è nato nel giugno del 1947, subito dopo la fine della guerra, due anni esatti dopo il bombardamento su Arcidosso. Sei fortunato a non aver vissuto la guerra, babbo. Più volte gli ho fatto questa affermazione che in realtà era una domanda, senza per altro ricevere risposte soddisfacenti.
Non ho conosciuto mio nonno paterno abbastanza in forma da farmi raccontare qualcosa sulla guerra, su di lui, sul suo tempo. Lo ricordo sordo e malato. Da lui credo di aver ereditato la passione per i fumetti. Lui leggeva Tex, che lui chiamava Tea perché non sapeva come leggere la "x". Raccogliendoli dai suoi scaffali passavo le ore a leggere i volumi che narravano le gesta eroiche di un cowboy con un senso della giustizia e una convinzione nelle sue azioni che non avrebbe avuto nessun altro uomo da me conosciuto, sia reale che fantastico.
Mi piace pensare che mio nonno, da giovane e da sano, sia stato come Tex.
Cose da raccontare ne avrebbe avute a centinaia, io ne so due o tre che mi ha raccontato mio padre che, per intensità delle situazioni, potrebbe benissimo aver vissuto il leggendario ranger del Texas.
C'entra la guerra, ovviamente. C'entra sempre la guerra.
La vicenda più tragica e commovente è legata proprio al bombardamento di Arcidosso. Dilaniati dalle esplosioni e schiacciati dal collasso delle case morirono più di cento persone. Mio nonno perse la moglie e un figlio. Egli riconobbe tra le macerie il corpicino di Marcello, dodici anni. Lo caricò sulla bicicletta, lo portò al cimitero e scavò una fossa per dargli almeno una degna sepoltura per quella fine indegna, cosa che non era affatto scontata in quella situazione. Nel frattempo Renata, sua moglie, stava agonizzando nel luogo del bombardamento. Con la parte superiore del corpo in superficie e l'altra metà stretta in una morsa mortale dalla quale era impossibile liberarsi. Morì ventiquattro ore dopo il bombardamento, trascorse la notte vegliata da mio nonno e il suo suocero, il padre di Renata, i quali le tenevano un ombrello sulla testa affinché non si bagnasse. Pioveva.
Non credo che mio nonno si sia mai completamente ripreso da quella tragedia. Nel corso della sua vita aveva perso, anni prima, anche un altro figlio, piccolissimo. Ebbe comunque la forza, che forse era più una necessità per non rimanere solo con un altro figlio scampato alle bombe e alle malattie, di reagire. Si sposò con una donna sui trent'anni, al tempo erano tanti, ancora senza marito (crescendo poi non mi risultò difficile capire il perché) e formò un'altra famiglia. All'altro figlio sopravvissuto si aggiunse mio padre. Marcello. Mio padre fa parte della prima generazione del dopoguerra, simbolo vivente della vita dopo la morte, della luce dopo il buio. Dietro i sorrisi che hanno accolto la sua nascita si cela un rompicapo senza fine, un enigma con la risposta più semplice del mondo.
Più volte mi sono soffermato a riflettere, senza cavarci nulla di chiaro e di concreto, sul fatto che senza quel bombardamento mio padre, e quini io, non saremmo mai esistiti. La nostra vita, i nostri anni felici, le nostre esperienze, gli amori, i lutti, le liti, tutte le difficoltà, sono in qualche modo legati alla morte di Renata e Marcellino; volti senza colore, rinchiusi in una cornice squadrata, ai quali per anni non avevo mai dato un nome, persino un significato. A loro, anche a nome di mio padre, forse vorrei chiedere scusa per il fatto di vivere la vita che a loro è stata negata e nel caso che a loro non sembri di averne fatto un buon uso.
P.S. Recentemente ho letto il primo libro di un mio caro amico, Filippo Bardelli: si chiama "Quando l'inferno cadde dal cielo", Edizioni Effigi. Una ricerca appassionata sui tragici fatti del bombardamento di Arcidosso, lucida e commovente. Una lettura che ha destato un'ondata di pensieri che ho cercato in qualche modo di mettere a fuoco.
postato da: semuoiomuoio alle ore 12:25 | Permalink | commenti (3)
categoria:canzoni, memoria, reality show, cccp, babbo natale, pancia, mio padre, mio nonno, tex willer, mazinga, io non sono qui, arcidosso, filippo bardelli
categoria:canzoni, memoria, reality show, cccp, babbo natale, pancia, mio padre, mio nonno, tex willer, mazinga, io non sono qui, arcidosso, filippo bardelli






