giovedì, 12 novembre 2009
Da bambino passavo sotto la torre dell'orologio, ad Arcidosso chiamato semplicemente "Orologio", praticamente tutti i giorni, più volte al giorno.
 Ci sono giorni che non sono mai come tutti gli altri, nei quali vieni a sapere cose che non ti sembrano possibili.
C'è quello in cui vieni a sapere che un giorno, comunque, morirai. Quello che Babbo Natale non esiste e che invece esistono il debito pubblico, la disoccupazione e l'hip hop.
Sono giorni in cui in un certo senso ci vedi meglio ma non è un bel vedere. Cresci nonostante tu non voglia o non abbia sentita la necessità di farlo.
Ecco, uno di questi giorni passavo sotto l'orologio con la merenda in una mano e il pallone tra i piedi, non so come, non ricordo da chi, venni a sapere che, attaccate a quella torre, c'erano case, e il motivo per cui non c'erano più è perché durante la guerra le avevano bombardate, e che insieme a quelle case sono cadute un sacco di persone.
Allora ti fermi per un attimo, davvero gli occhi ti si aprono e noti che dopo l'orologio una costola di muro continua per pochi metri, poi si ferma improvvisamente. Dopo niente altro. Quella brusca interruzione che la disattenzione di un fanciullo non percepiva si mostra come una enorme cicatrice sulla fisionomia della piccola piazza, il vuoto acquista uno spazio, le parole che associavi solo ai cartoni animati nipponici come guerra e bombe si tingono di nero, si collocano al di fuori della rassicurante scatola a colori e si impadroniscono di un contesto spazio-temporale che ti appartiene.
E' bastato alzare la testa, poi, per notare le lapidi poste come ricordo e come monito per l'accaduto.
10 giugno 1944, di pomeriggio. Ma chi e perché bombarda un paesino come Arcidosso? Davvero esistono gli alieni e i mostri marini? allora esiste anche Mazinga. Con questo conforto ci sono andato avanti ancora un bel po'.

Mio padre è nato nel giugno del 1947, subito dopo la fine della guerra, due anni esatti dopo il bombardamento su Arcidosso. Sei fortunato a non aver vissuto la guerra, babbo. Più volte gli ho fatto questa affermazione che in realtà era una domanda, senza per altro ricevere risposte soddisfacenti.
Non ho conosciuto mio nonno paterno abbastanza in forma da farmi raccontare qualcosa sulla guerra, su di lui, sul suo tempo. Lo ricordo sordo e malato. Da lui credo di aver ereditato la passione per i fumetti. Lui leggeva Tex, che lui chiamava Tea perché non sapeva come leggere la "x". Raccogliendoli dai suoi scaffali passavo le ore a leggere i volumi che narravano le gesta eroiche di un cowboy con un senso della giustizia e una convinzione nelle sue azioni che non avrebbe avuto nessun altro uomo da me conosciuto, sia reale che fantastico.
Mi piace pensare che mio nonno, da giovane e da sano, sia stato come Tex.
Cose da raccontare ne avrebbe avute a centinaia, io ne so due o tre che mi ha raccontato mio padre che, per intensità delle situazioni, potrebbe benissimo aver vissuto il leggendario ranger del Texas.
C'entra la guerra, ovviamente. C'entra sempre la guerra.
La vicenda più tragica e commovente è legata proprio al bombardamento di Arcidosso. Dilaniati dalle esplosioni e schiacciati dal collasso delle case morirono più di cento persone. Mio nonno perse la moglie e un figlio. Egli riconobbe tra le macerie il corpicino di Marcello, dodici anni. Lo caricò sulla bicicletta, lo portò al cimitero e scavò una fossa per dargli almeno una degna sepoltura per quella fine indegna, cosa che non era affatto scontata in quella situazione. Nel frattempo Renata, sua moglie, stava agonizzando nel luogo del bombardamento. Con la parte superiore del corpo in superficie e l'altra metà stretta in una morsa mortale dalla quale era impossibile liberarsi. Morì ventiquattro ore dopo il bombardamento, trascorse la notte vegliata da mio nonno e il suo suocero, il padre di Renata, i quali le tenevano un ombrello sulla testa affinché non si bagnasse. Pioveva.
Non credo che mio nonno si sia mai completamente ripreso da quella tragedia. Nel corso della sua vita aveva perso, anni prima, anche un altro figlio, piccolissimo. Ebbe comunque la forza, che forse era più una necessità per non rimanere solo con un altro figlio scampato alle bombe e alle malattie, di reagire. Si sposò con una donna sui trent'anni, al tempo erano tanti, ancora senza marito (crescendo poi non mi risultò difficile capire il perché) e formò un'altra famiglia. All'altro figlio sopravvissuto si aggiunse mio padre. Marcello. Mio padre fa parte della prima generazione del dopoguerra, simbolo vivente della vita dopo la morte, della luce dopo il buio. Dietro i sorrisi che hanno accolto la sua nascita si cela un rompicapo senza fine, un enigma con la risposta più semplice del mondo.
Più volte mi sono soffermato a riflettere, senza cavarci nulla di chiaro e di concreto, sul fatto che senza quel bombardamento mio padre, e quini io, non saremmo mai esistiti. La nostra vita, i nostri anni felici, le nostre esperienze, gli amori, i lutti, le liti, tutte le difficoltà, sono in qualche modo legati alla morte di Renata e Marcellino; volti senza colore, rinchiusi in una cornice squadrata, ai quali per anni non avevo mai dato un nome, persino un significato.  A loro, anche a nome di mio padre, forse vorrei chiedere scusa per il fatto di vivere la vita che a loro è stata negata e nel caso che a loro non sembri di averne fatto un buon uso.

P.S. Recentemente ho letto il primo libro di un mio caro amico, Filippo Bardelli: si chiama "Quando l'inferno cadde dal cielo", Edizioni Effigi. Una ricerca appassionata sui tragici fatti del bombardamento di Arcidosso, lucida e commovente. Una lettura che ha destato un'ondata di pensieri che ho cercato in qualche modo di mettere a fuoco.
martedì, 13 ottobre 2009
Mi è capitato di vedere "inglorious Basterds", l'ultimo film di Tarantino, in lingua originale mentre ero in vacanza a Barcellona. Mi è piaciuto, tanto. Nonostante la fatica enorme di seguire i dialoghi in francese e in tedesco con i sottotitoli in spagnolo. Per assaporare meglio le sfumature di alcuni dialoghi mi sono ripromesso di rivederlo in italiano, con la sensazione netta, conoscendo le abitudini del mio paese, che il doppiaggio avrebbe reso meno efficaci per lo meno le grandissime interpretazioni di Brad Pitt e di Christoph Waltz. Sensazione che si è puntualmente verificata. Nel film si alternano piuttosto equamente tre lingue: l'inglese, il francese e il tedesco. Il senso di "realismo fantastico" (mi si perdoni l'ossimoro)  che il film comunica non solo con le immagini ma anche attraverso l'uso delle lingue, in Italia è stato completamente sottovalutato e quindi ignorato. Errore imperdonabile. Non è la prima volta che mi capita di mal sopportare (usando un eufemismo) gli stupri del doppiaggio italiano. Un'altro esempio lampande è la serie Dexter, ma sono sicuro che se avessi visto in lingua originale i film di Scorsese, Coppola, Truffaut la mia lista di esempi si sarebbe oltremodo ampliata. A riguardo mi è venuto in mente un articolo di Sergio Messina su Rumore ( i motivi per cui da anni e anni compro ancora questa rivista sono legati anche all'esistenza della sua rubrica mensile) proprio a proposito del doppiaggio italiano. L'ho cercata, l'ho riletta. Riporto testualmente un breve passo: "Una pratica nemica della cultura, stupratrice della nuance, tritacarne del doppiosenso e nemica della recitazione. Il doppiaggio è inoltre la causa del disagio non solo culturale ma ormai proprio sociale che i nostri giovani provano ogni volta che vanno all'estero. E quando gli stranieri mi chiedono come mai in Italia nessuno conosca l'inglese, l'unica cosa che posso fare è raccontargli di questa infamia che ci tocca subire. Infamia che però in Italia è oggetto di vanto, al punto che quando ne parlo male mi sento inevitabilmente dire: "Però abbiamo i migiori doppiatori del mondo". Lasciate allora che vi racconti la storia di un'altra forma di artigianato raffinatissima, che nel tempo ha raggiunto vette di sublime eccellanza: la tortura.
Da sempre ogni Re ( o Papa) degno di questo titolo aveva il proprio torturatore di fiducia. Un abilissimo artigiano del dolore in grado di estorcere ottime confessioni...il torturatore poteva avvalersi di straordinari strumenti di lavoro creati nel corso dei secoli da generazioni di torturatori, perfezionate con tecniche tramandate di padre in figlio in una linea initerrotta, dalla notte dei tampi fino a pochissimi anni fa.
Poi il mondo si è evoluto e la tortura è stata abolita quasi ovunque, bollata come infame. Vi immaginate cosa possonao aver pensato i torturatori? Non deve essere stato bello per loro veder scomparire una sapienza antica ed evoluta nonché una forma di artigianato (e un posto di lavoro). Sono sicuro che anche allora qualcuno ha detto: "Ma come, abbiamo i migliori torturatori del mondo, e aboliamo la tortura?".


P. S. : Gli unici doppiaggi che mi sento di salvare sono quelli del Nido del Cuculo.


domenica, 13 settembre 2009
Non digerisco la cena, allora sogno di avere casa tappezzata di poster dei Cure...



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giovedì, 03 settembre 2009
Sono uno dei gruppi che più stimo in assoluto. Sono amici e fratelli. Meritano, anche se suonano in posti orribili come le feste del PD. Mi fa tristezza pensare che loro non se li incula quasi nessuno mentre i Negramaro sono già in fase di beatificazione cantautorale. Che il vento e la marea cambino lo si spera per tante ragioni. Ma se un giorno sarà la resa, che almeno essa sia invincibile.
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lunedì, 31 agosto 2009
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venerdì, 10 luglio 2009
è l'unico dio, almeno l'unico di cui si ha prove certe. Quando giocava con il cerchio e il bastone i russi invadevano Berlino. Auguri, ronnigieims.



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mercoledì, 24 giugno 2009
Adoro Wikipedia.
Mi piace farmi venire in mente una cosa, qualsiasi cosa (tanto c'è) e imparare e saperne di più.  Dalla più piccola curiosità a ciò che dovremmo tutti conoscere e invece non è così scontato.
Dell'imperfezione di Wikipedia si sono scritti fiumi di parole. Chi sostiene che la troppa democraticità, la possibiltà di chiunque di poter intervenire, arricchire, smentire su qualsiasi argomento sono nocive all'attendibilità e all'esattezza di una voce. Sarà, ma è vero anche il contrario: se scrivi una cazzata, uno specialista dell'argomento di sgàma e ti smèrda.
Umberto Eco, enciclopedia che vive e cultore del più sottile dettaglio, si diverte a scrivere inesattezze, ma non mostruosità, su voci che nessuno, tranne qualche appassionato di cunìcoli medievali, andrebbe a leggere e tantomeno a modificare, vista l'estrema delicatezza e aristocraticità dell'argomento.
In sostanza, credo che Wikipedia sia molto attendibile ed esauriente per le voci di maggior interesse e dominio, più si va sullo specifico e sul piccolo più il rischio di trovare sfondoni aumenta.
Ma non è così anche per le pesantissime, ingombranti, inutili enciclopedie che ornano le case di tutti gli italiani?
Abbiamo pagato a rate anche le voci che non andremo mai a cercare.
C'è un comando che mi fa impazzire: "una voce a caso". clicco due volte. la prima: Matsya Purana (il più antico testo sacro della religione induista). La seconda: 169 a.c. Proprio l'anno. Successe pochino ( seconda colonizzazione di Aquileia e, proprio l'otto ottobre, giorno della mia nascita, morì il poeta e drammaturgo Quinto Ennio.).
Tutto questo aggratis, siòressiori.
Oggi leggevo qualcosa sull'inno d'Italia. Faccio parte della generazione in cui l'inno ancora si insegnava a scuola e fu motivo per me di grande sorpresa vedere che, nel periodo di servizio militare, molti miei commilitoni non ne sapevano una parola. Cioè sentivano l'inno durante le partite della nazionale, ma le parole niente, buio totale. Tra l'altro ai giocatori ancora non era stato imposto di cantare l'inno, in un bieco slancio di patriottismo becero e malato. Adesso tutti a gonfiarsi il petto e far gara a chi va più fuori nota o tempo, tranne il povero Camoranesi,. Con la faccia imbarazzata, sta zitto e ciancica una cingomma, ché lui argentino è.
Ricordo che gli ufficiali e gli addestratori ci rinchiusero per due serate nell'aula magna della caserma ad imparare l'inno, togliendo la libera uscita. Li vedo ancora cazziare brutalmente chi durante la pausa strumentale faceva poropò poropò poropopopopò, che è una cosa effettivamente irrispettosa per un inno, però, diciamocela tutta, è come dire non grattarsi il culo quando prude. E' una cosa a cui proprio è difficile resistere.
Comunque l'inno, che non si chiama Fratelli D'Italia bensì Il Canto Degli Italiani, fu adottato il 12 ottobre del 1946 dall'allora giovanissima Costituzione ed è tutt'ora provvisorio (non riusciamo mettere un punto su nulla in questo benedetto paese).
Ho l'impressione che sia l'inno più criticato, vituperato, detestato, incompreso, sbeffeggiato del mondo intero, e sono convinto che questo atteggiamento dica un sacco di cose di noi popolo italiano.
C'è chi dice sostituiamolo con Va Pensiero. Vuoi mettere un'area così aulica e avvolgente in confronto ad una marcetta da barricata? (Ma non è una marcetta barricadera anche la Marsigliese? Ma vagliela a toccare ai francesi, ti mangiano coi panni addosso, ma loro hanno il 1789 e Roberspierre. Noi il 1848 e i Savoia...).
 I sostenitori del Vappensièro non considerano però che esso, con chiare allusioni patriottiche, certo, esprime il dramma degli ebrei in esilio.
Glielo dite voi a Bossi e Borghezio (noto razzista e ottuso disprezzore di tutto ciò che non è cristiano) i quali l'hanno adottato come inno padano?
Molti sanno che l'inno è molto più lungo di quello che si conosce e che cantiamo (leggi cantate - for-se) solo la prima parte di un tutto. Che è già abbastanza impegnativa.
Già io tutt'ora non so bene cosa sia questo elmo di Scipio che deve cingere la testa di non so chi, forse della vittoria che però deve essere schiava di Roma, perché? Sono versi che hanno ancora per me un mistero un po' inquietante.
Da bambino non riuscivo proprio a capire e l'inno ma non me ne sono preoccupato mai troppo: era una delle tante canzoni, come Volta la carta, Alla Fiera dell'est o L'arca di Noè: parole e musica che  ti fanno entrare in testa i grandi e che ti rimangono per sempre, senza nessuna metabolizzazione razionale, poiché le piante con il vuoto intorno mettono le radici grosse.
Ma Scipione non era quel generale romano che sconfisse Annibale a Zama e di fatto segnò la supremazia di Roma su Cartagine? Lo stesso che, esiliato (i romani ringraziavano così), pronunziò le parole "ingrata patria non avrai le mie ossa". Con i veri sevitori della patria abbiamo sempre fatto in questo modo: li mandiamo a morire soli quando va bene (non sto parlando di Craxi), oppure li ammaziamo proprio. Da Giulio Cesare, a Paolo Borsellino. Così per dare modo di proliferare a chi con l'inno ci si bea formalmente, in una prosopopea di buone intenzioni. Tutte schiene dritte, cuori in alto e le voci possenti. Facce rosse, petti gonfi e sguardi al cielo. Attenti però a eccessi di foga irrazionali che tradiscono e palesano meschinità, come qualche stiloso quanto inopportuno saluto romano (vero ministro Brambilla?), o tristi mimi e opportuni scongiuri quando c'è da cantare "siam pronti alla morte" (vero presidente del consiglio?). Che a morire ci vadano i barricaderi in piazza, tanto son lì per conto vostro.
lunedì, 22 giugno 2009
...non c'è spazio per la fantasia.
Solo per gli errori
di ortografia.
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categoria:pancia, disse il saggio, gonfitudini
domenica, 07 giugno 2009
Quiet In The Cave [Pinguino] vs. Sétamùr feat. Misdea [Apertura Alare (su Neve)]


mercoledì, 03 giugno 2009
Se sei in intimità con la tua ragazza prega che alla TV non passi il video di Come To Daddy.
In una stanza d'albergo, arrotolati e incuranti della luce proveniente dalla TV che faceva più atmosfera che altro. Volume basso. Ma quando principia questa canzone qualsiasi volume non sarà mai basso abbastanza.
tum patapum tum patapum sincopato e irregolare. Chi cazzo sono questi folli? (che dietro al nome Aphex Twin si nasconde un solo individuo lo avrei scoperto successivamente dopo averlo letto su Rumore ). Lentamente mi allontanai dalle labbra, dai capezzoli, dal profumo, e  voltai le spalle a lei. Proprio nel momento in cui la creatura urla in faccia alla vecchietta con la borsa della spesa, quasi ingoiandola. Finì che litigammo per quel gesto. Adesso lei non so dove sia e cosa faccia. Quel giorno iniziò una fissa che tutt'ora dura.